
Quando un mese fa uscimmo con la prima ricetta, un po’ particolare perché si parlava di lingua, temevo che fosse vista quasi come una provocazione o peggio, con un certo disprezzo. Al contrario, in base ai numerosi apprezzamenti e le richieste di spiegazioni dettagliate sul come prelevare lingua e guancette dalla testa, oserei dire che si sia trattato di un inatteso successo, comunque un’attestazione di interesse verso la valorizzazione del provento della caccia. Ci sentiamo così spronati a continuare quella che dovrebbe diventare una rubrica regolare sul nostro sito ed eventualmente sulla rivista federativa, possibilmente con i benvenuti contributi dei lettori, disposti a svelare qualche loro segreto culinario. Le varie ricette verranno d'ora in poi pubblicate sotto l'apposita rubrica Selvaggina in tavola (sottorubrica di Informazioni/comunicazioni). Prima di cambiare tema, mi sia concesso di proporre ancora una ricetta sulla parte del selvatico sinora e spero, d’ora innanzi non più, tartassata dagli organi di controllo. L’ispirazione mi è venuta in Engadina, ad una cena in un vecchio albergo da poco rinnovato e riaperto, dove la lingua era però di vitello. Ho pensato che valesse la pena provare, e il risultato è stato tutt’altro che deludente, anche perché quella di cervo risulta meno grassa e quindi più adatta per un carpaccio freddo, o tiepido.
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